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Il Simposio di Platone.

Eccovi la recensione di un grande testo classico della filosofia. al link qua sotto trovate la recensione audio letta da Luca Grandelis.

Il Simposio di Platone

Il “Simposio” è una delle opere più famose e meno studiate (a scuola almeno) di Platone. Perché? Perché parla di Amore e ne descrive le caratteristiche e le funzioni osannando l’amore omosessuale e dichiarandolo perfino superiore a quello eterosessuale. Inutile dire che mi trovo d’accordo.

Il testo è scritto sotto forma di dialogo. Platone descrive una discussione avvenuta all’interno di un simposio tra dotti filosofi. Il simposio all’epoca non era un semplice banchetto. Era un rito iniziatico, riservato solo agli eletti, dove si beveva in modo rituale, guidati da uno dei convenuti che decideva come e quanto bere e quanta acqua mischiare al vino. Mentre si beveva si tenevano discorsi, su un tema che si decideva, parlando a turno.

Il tema trattato nel simposio che Platone descrive è l’Amore, inteso come divinità e come passione. Per primo ne parla Fedro, allievo di Socrate che con dotte citazioni ne elogia la natura e la forza. Quindi tocca a Pausania che nel descrivere ed elogiare Eros e i suoi doni sostiene che il vero amore non può che essere rivolto a un maschio, essendo l’amore per le donne utile alla riproduzione del corpo e non a quella dell’anima che solo è possibile attraverso l’educazione e l’amore tra due esseri maschili. Dopo di lui parla Erissimaco, che, da buon medico, analizza il tema alla luce della scienza, illustrando come l’Eros sia quella forza immensa che tutto muove, uomini, animali e cose. Quindi viene il turno di Aristofane che parla dell’amore con tono leggero, più teatrale, descrivendo un mito sull’origine dell’uomo. Secondo tale mito, in origine l’uomo era un essere rotondo, con quattro mani, quattro gambe e due facce. C’erano allora tre sessi: maschio, femmina e androgino. Questi uomini erano tanto potenti e arroganti da mettere in pericolo gli Dei e quindi Zeus li divise in due separando le metà. È così che l’uomo cerca sempre la sua metà per completarsi. Dai maschi e dalle femmine originari nascono gli amori omosessuali, dagli androgini gli amori eterosessuali. Agatone, esperto teatrante anch’egli, costruisce un encomio del Dio in modo analitico senza tuttavia dimostrare ciò che dice.

Tocca infine al sapiente Socrate che invece di encomiare e lodare Eros fa un discorso sulla sua natura. Eros, dice Socrate, non è il più antico degli Dei ne il più bello. Egli, anzi, non è nemmeno un Dio. Poiché l’Amore è la volontà di possesso del bello e la volontà di possesso si prova per ciò che non si ha, Eros non può essere bello. E poiché gli Dei sono, per definizione, belli e felici, egli non può essere un Dio. Socrate spiega, citando un discorso fattogli da una saggia donna, che Eros è partecipe della natura degli Dei e di quella degli uomini, divenendo così il collegamento tra il divino e l’umano. Eros è quindi un demone (inteso classicamente e non come si intende oggi la parola). Egli è giovane, ultimo nato tra i figli degli Dei. Secondo una leggenda che Socrate narra egli fu concepito durante la festa per i natali di Afrodite e per questo egli brama il bello sopra ogni cosa. Sua madre era una donna misera che soleva chiedere la carità. Essendo alla festa per raggranellare le elemosine, le capitò di vedere un dio, Ingegno, dormire per terra per aver troppo bevuto. Ella si sdraiò al suo fianco e concepì Eros che dal padre ha ereditato la capacità di escogitare il modo di ottenere ciò che desidera e dalla madre lo stato di miseria che lo induce a desiderare sempre.

Finito il discorso di Socrate, il simposio viene interrotto dall’arrivo di Alcibiade. Egli è un giovane di bell’aspetto che si è visto rifiutare i favori da Socrate. Invitato a tessere l’encomio di Eros egli preferisce tessere quello di Socrate. Il suo discorso elogia il filosofo ma ne parla anche male. Si percepisce la delusione e la rabbia per non aver avuto ciò che bramava: la sapienza di Socrate in cambio della sua bellezza.

Il “Simposio” è un testo iniziatico e per iniziati. Lo dimostra il personaggio di Alcibiade. Egli, pur bello esteriormente, non è in grado di realizzare quella bellezza interiore che rende l’uomo divino. Non è dunque Socrate a non aver dato la sapienza ad Alcibiade ma piuttosto questi a non essere stato in grado di coglierla. Ma questo Alcibiade non lo capisce e pur desiderando Socrate ancora, prova rabbia per il rifiuto ricevuto. Non a caso egli giunge al simposio già ubriaco, a rappresentare l’uomo che non ha una visione chiara, e vi giunge solo dopo che i discorsi iniziatici sono terminati.

La visione dell’Eros che traspare dal Simposio è profonda, elaborata, ricca. L’Amore serve a rendere l’uomo immortale attraverso la riproduzione. Questa però non significa solo generazione di figli. La riproduzione più importante è quella dell’anima che si ottiene attraverso l’educazione dell’amato. L’uomo ama il fanciullo e gli dona Amore e Sapienza e per lui è disposto a tutto. Così, lasciando una parte di sé nell’amato, egli diviene immortale. L’amato concede la propria bellezza, le proprie grazie e i propri favori e in cambio ne ha una crescita interiore, morale che lo rende bello anche nell’anima. Tale rapporto è soprattutto omosessuale ed è di natura superiore a quello eterosessuale che serve invece a riprodurre il corpo e rende immortale solo la materia. L’Eros di Platone va ben oltre il sesso. È la forza che spinge l’uomo a voler essere immortale, che lo spinge a volere il bene dell’altro, dell’amato. È un amore puro, un intesa profonda dell’anima che pur non rifuggendo la sessualità non la ritiene necessaria.

Non mi dilungo oltre. Sarebbe troppo complicato approfondire un tema tanto ampio. Segnalo però la traduzione di Guido Calogero con introduzione di Angelica Taglia, edita da Laterza. È un’edizione ben curata e con commenti interessanti.

Vi lascio con una piccola citazione che mi ricorda tanto l’attuale pensiero di certa gentaglia e di certe istituzioni riguardo all’Amore in generale e a quello omosessuale in particolare.

Nella Jonia, invece, e in molti altri luoghi governati dai barbari, è stimato disonesto [compiacere gli amanti, NdA]; tale sembrando ai barbari, come pure l’amore per gli esercizi intellettuali e fisici, a causa dei loro governi tirannici, giacché non conviene a chi domina, credo, che nei sudditi si generino alti pensieri, né salde amicizie ed unioni, quale in massimo grado suole suscitare, più che ogni altra cosa, l’amore”.

Non ti avevo nemmeno notato.

Marco e Fabio sono due ragazzi che frequentano l’ultimo anno di Liceo a Roma. Fabio ha la passione della musica e adora Carmen Consoli alla quale ha eretto un piccolo altarino in camera. Marco è invece un piccolo campione di tennis. L’uno scapigliati, l’altro sempre ordinatissimo, sembrano non avere nulla in comune e invece…

Un giorno come tanti nei bagni della scuola appare una scritta inquietante che sconvolge il ritmo della vita dei due. Sullo specchio a chiare lettere qualcuno ha scritto: “il 5% della popolazione mondiale è gay perciò in questa scuola ce ne sono almeno 27 e io ne conosco uno!!!

Comincia così la storia narrata in “Non ti avevo nemmeno notato”, racconto a fumetti di Sandro Campani e Daniele Coppi. È una storia semplice, un racconto di piccole beghe da ragazzini di quelle che sembrano importantissime e serissime a quindici anni e che a trenta fanno solo ridere. Ma proprio qui sta il pregio dell’opera. Non si narra una storia eccezionale ma una serie di fatti assolutamente verosimili e realistici in cui molti ragazzi possono identificarsi. I fatti in sé sono sciocchi, privi di importanza. Una scritta stupida, qualche messaggio minaccioso del tipo “so che sei frocio”, piccoli fatti che si risolvono con facilità. Quel che è meno banale e meno scontato è il rapporto che i due protagonisti hanno con loro stessi, con la loro sessualità che li sta ponendo davanti al fatto di essere gay. E così Marco soffre e piange perché si sente respinto dal supplente di filosofia per cui ha preso una cotta e Fabio fatica ad accettare la realtà dei fatti e urla al vento “non voglio essere frocio”. Ma le due solitudini, complice la scritta infame che li fa conoscere, si uniranno infine facendo nascere un amore.

La storia scivola leggera senza annoiare grazie ai dialoghi scritti in un bel linguaggio con accenni popolari e di slang giovanile e grazie sicuramente ai disegni che risultano davvero gradevoli. Da questo punto di vista mi è parso di cogliere di qualche influenza manga ma lascio a chi è più esperto di me tale giudizio.

Intorno ai due ragazzi girano una serie di personaggi secondari che arricchiscono il tutto delineando chiaramente l’ambiente di vita dei protagonisti. Particolarmente degno di nota è a mio parere il nonno di Fabio che vive con lui e la sua famiglia. Preoccupato da certi comportamenti del nipote e pensando si droghi il nonno lo spia. E proprio dal piccolo buco cha ha fatto fare sulla parete il nonno vede Fabio e Marco che si baciano. Il racconto si conclude col nonno che invia un telegramma al papa Benedetto XVI che recita così:

Gentile Benedetto XVI, ho appena scoperto mio nipote baciarsi con un altro ragazzo. Non mi è sembrato nulla di diabolico. Ci ripensi. Con stima.

Secondo natura. La bisessualità nel mondo antico.

Eva Cantarella.

Eva Cantarella ci regala con il suo libro “Secondo natura, la bisessualità nel mondo antico” uno studio prezioso su un controverso aspetto della nostra storia. Il libro affronta la tematica della sessualità nella Grecia e nella Roma antiche sottolineandone similitudini e differenze con un’analisi antropologica e storica profonda che parte da varie fonti (la letteratura, la filosofia, il diritto) per cercare di comprendere la realtà superando leggende metropolitane e false credenze dettate spesso dal pregiudizio.

L’autrice ci descrive così un mondo sconosciuto fatto di rapporti omosessuali diffusi ma regolati da una morale spesso rigida. In Grecia la pederastia era un’istituzione educativa dalla grande rilevanza sociale. Il rapporto omosessuale consentito dalla morale cittadina era dunque quello tra un uomo adulto e un

la copertina del libro.

ragazzo. L’adulto (erastes) educava il giovane (eromenos) alla vita e ai valori civici avendo in cambio l’amore. Tale rapporto era rigidamente normato dalla morale e dalla legge. L’eromenos, che doveva avere almeno dodici anni, non doveva cedere subito alle lusinghe e al corteggiamento dell’erastes. Doveva dimostrarsi degno di amore, doveva cedere solo davanti alla dimostrazione che le intenzioni dell’adulto erano serie e non solo sessuali.

Giunto all’età adulta il ragazzo doveva abbandonare il suo ruolo di eromenos, chiudere la relazione e divenire a sua volta amante. La morale greca distingueva tra attivo e passivo e non tra eterosessuale e omosessuale. Il ruolo attivo era quello dell’uomo libero, il quale non poteva farsi sottomettere (adeguandosi alla passività) ma doveva dominare ed educare. Il ruolo passivo era destinato invece alle donne e ai ragazzi. Le donne infatti erano inferiori per natura e quindi dovevano essere sottomesse. I ragazzi invece potevano farlo perché non ancora adulti, non ancora pronti a svolgere il ruolo civico e sociale dell’uomo. La loro sottomissione era dunque quella dell’allievo al maestro.

 

una rappresentazione del rapporto pederastico su un vaso greco.

Completamente diverso è il discorso sulla Roma antica. Il romano era convinto di essere superiore agli altri, di dover dominare il mondo. E tale convinzione si rispecchiava nella sua sessualità. Il vero maschio romano aveva una mentalità da “stupratore”, doveva prendere la sua preda con forza e sottometterla al suo volere. Ma nei rapporti omosessuali questo generava un problema morale. Un cittadino romano non poteva sottomettere un altro romano e ancor meno poteva farsi sottomettere. A Roma quindi era ritenuto lecito per un uomo il solo ruolo attivo. Il rapporto omosessuale non era condannato in quanto tale. Era però lecito solo con uomini inferiori di condizione ovvero schiavi o prostituti. Il ragazzo romano non doveva subire un rapporto con un uomo. La sottomissione non poteva essere educativa per un individuo che sarebbe dovuto diventare un dominatore. Nella Roma repubblicana la legge proibiva i rapporti coi ragazzi (pueri) condanna doli come stupro che fossero o meno consenzienti. Col tempo però le cose cambiarono. Con l’ellenizzazione di Roma si diffonde la pratica dell’amore per i ragazzi ricalcando formalmente il modello greco. Si tratta però di una identità solo formale. Il rapporto con i pueri non ebbe mai a Roma un carattere educativo e pedagogico e l’uomo adulto resta pur sempre lo stupratore di un tempo anche se rivestito di raffinatezze poetiche e corteggiamenti amorosi. Ce lo dimostra il caso di Catullo. Se infatti egli scrive dolci strofe per Giuvenzio, il ragazzino capriccioso che lo fa disperare, scrive anche versi di ben altro tono verso chi vorrebbe rubargli i favori di Giuvenzio e a tal scopo sparla di lui:

In culo e in bocca ve lo metterò

Aurelio patico e Furio cinedo.

Poco virile mi credete, voi,

perché son molli i miei versetti?

Conviene che il poeta, lui, sia puro:

ma i versi no.

Ecco dunque tornare lo stupratore romano, che toglie la virilità ai nemici mettendoglielo “in culo e in bocca” e chiamandoli “patico” e “cinedo” ovvero effeminato e castrato. E si nota anche come la dolcezza e la tenerezza siano cose “non pure” per un vero maschio.

I ragazzi stessi sono descritti in modo diverso da quelli greci. I pueri che si concedono amano farsi corteggiare, amano giocare con gli amanti e con la loro gelosia, sono capricciosi. Un simile comportamento denuncia la mancanza del ruolo sociale del rapporto tra erastes ed eromenos.

Il trattato si occupa soprattutto di bisessualità e omosessualità maschili. L’omosessualità femminile rimane in entrambe le società descritte nell’ombra per mancanza di fonti. Eccezion fatta per Saffo non si hanno opere letterarie che ne parlino ma solo accenni in opere scritte da uomini. La donna in Grecia era esclusa dalla vita sociale mentre a Roma era comunque sottomessa al marito. L’amore lesbico non era tema degno di letteratura e gli accenni che se ne danno sono più che altro di condanna. Non poteva essere accettato un amore che escludesse l’uomo dal suo ruolo.

Infine la Cantarella accenna alla visione cristiana ed ebraica dell’omosessualità e di come si giunse al cambiamento morale e legislativo nella Roma imperiale. Interessante l’analisi della morale pagana degli ultimi secoli. La società era già cambiata e il cristianesimo ha solo suggellato un cambiamento in atto portandolo alle massime conseguenze. Cosa curiosa: diversamente dal paganesimo, il cristianesimo non condanna apertamente il rapporto lesbico. Anche nei testi biblici si parla sempre e solo di rapporto omosessuale tra maschi. Secondo al studiosa c’è un motivo sociale. Il sesso per gli ebrei era riproduttivo. Un uomo che giace con un altro uomo viola il suo ruolo di riproduttore e spreca il seme. Una donna anche se ha rapporti con altre donne può comunque essere madre.

Un libro da leggere sicuramente. Un valido trattato storico e un testo che dà tanti spunti di riflessione anche sul nostro mondo e la nostra società.

 

Meno di 40.

 

la copertina del libro.

Un serial killer che uccide gli uomini che seduce, un mondo futuro dove la genitorialità è tutt’altro che scontata, una ragazza costretta a diventare “uomo”, a comportarsi come tale per vendicare il fratello ucciso. Questi e altri sono i temi di “Meno di 40”, ultima opera di Danilo Ruocco, narratore e saggista, che già conosciamo per “Un’altra Morale” e “Lavapiubianco”.

“Meno di 40” è una raccolta di racconti e poesie scorrevole e molto varia, che sa passare da un genere all’altro con leggerezza e senza forzature. I temi che Danilo affronta sono forti, a volte scabrosi, ma reali e non ignorabili al giorno d’oggi. Come sempre l’autore li descrive senza dare giudizi, ponendosi nei panni del personaggio. Mai nei suoi racconti si percepisce un accenno di morale, di giudizio.

Lo stile è veloce, sobrio, a volte perfino scarno. Le descrizioni sono minime,

Danilo Ruocco, autore del libro.

lasciano al lettore tutto lo spazio di fantasia possibile. Ciononostante non si respira banalità o scontatezza. Un buon libro che va letto.

Purtroppo “Meno di 40” non si trova in libreria. Come tutte le altre opere di Ruocco lo si può acquistare in internet sul sito lulu.com in versione cartacea a copertina mordida o in versione e-book.

Abbiamo intervistato Danilo. Gli abbiamo posto poche domande, giusto per permettere ai lettori di familiarizzare meglio con lui. Ecco l’intervista:

Perché meno di quaranta?

Confesso che all’inizio il titolo mi era venuto in mente per indicare che riunivo in volume meno di 40 piccoli scritti, ma anche che li avrei pubblicati prima di compiere 40 anni. Poi, questa estate, ho scritto il racconto Meno di 40… “Ne ho uccisi meno di 40”… Perché il protagonista del racconto ne abbia uccisi meno di 40 non ne ho idea!

Le tematiche dei racconti sono molto varie. Esiste un fil rouge che li collega?

Esiste e per questo consiglio una lettura sequenziale degli scritti… Mi piacerebbe, però, che ogni lettore scoprisse il suo. Il tuo qual è?

Come si pone, nella vita reale, Danilo Ruocco riguardo ai temi della genitorialità, dell’omosessualità e della trasgressione che nel libro sono molto presenti?

Sono pienamente convinto del fatto che genitori si diventa non perché si genera un figlio, ma perché si matura una visione del mondo diversa che presuppone, innanzitutto, tanta attenzione verso l’altro (il figlio, in questo caso) che va anche a scapito di un’attenzione verso di sé. Ciò vuol dire che si è o non si è un buon genitore indipendentemente sia dal fatto di essere genitore “naturale”, sia dal proprio orientamento sessuale…

Per quanto riguarda l’omosessualità, ritengo che oggi l’Italia sia rimasta troppo indietro rispetto alla legislazione che deve (e sottolineo deve) garantire uguali diritti a tutti i cittadini. Voglio dire che oggi, in Italia, ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B solo perché alcuni hanno pulsioni eterosessuali e altri omosessuali. Mi sembra davvero una situazione paradossale e inconcepibile: è assurdo, infatti, che una consistente parte di popolazione non possa godere di alcuni diritti solo perché sotto le lenzuola di casa sua non agisce come fa un’altra parte di popolazione. Questo vuol dire che lo Stato in qualche modo sanziona (togliendo diritti) un cittadino solo perché è omosessuale. Lo priva di diritti fondamentali come fosse un fuorilegge, ma un omosessuale non è un criminale, così come non è un malato!

Trasgredisco.

Facciamo un piccolo esperimento marzulliano: fatti una domanda e datti una risposta.

Sei felice? Sì. (Spero di essere stato marzulliano nella domanda!).

 

Un voto per il Grande Fratello.

 

Alessandro e Mirko.

il logo del grande fratello.

Immagino che i lettori di questo post sappiano che il grande fratello non è uno dei miei programmi preferiti. Ho già espresso in passato il mio “apprezzamento” per questo prodotto che trovo scadente, squallido e a tratti vergognoso. Non si tratta del format in sé ma della scelta sempre alquanto criticabile dei personaggi da mettere nella famosa casa. Sempre più infatti si scelgono grezzoni, ragazzi che fanno tanto i macho ma che non sanno mettere insieme una frase di senso compiuto in italiano, ragazze che più fanno le zoccole e più piacciono e che sembrano non avere del resto nessun altro interesse. A questo ci sono state sicuramente delle eccezioni di notevole spessore. Ricordiamo Pietro Taricone e Luca Argentero.

Questa edizione non si preannuncia come una delle migliori. Ho avuto modo di

il confessionale del grande fratello.

vedere solo cinque minuti dell’entrata dei primi concorrenti nella casa e il tipo che ho visto non ha smentito il trend. Se poi ci mettiamo il gigolo e il figlio di un camorrista possiamo dire che non solo abbiamo toccato il fondo ma abbiamo anche iniziato a scavare.

Non scrivo però questo post per criticare e basta. Lo scrivo perché forse abbiamo la possibilità di risollevare un po’ la qualità di questo show ormai stanco, trito e ritrito, dandogli una nota di colore diversa e dai significati anche civili forti. Possiamo insomma trasformare quello spettacolino indegno in una finestra di civiltà, in un’occasione di fare qualcosa di buono. Come?

 

lo studio del grande fratello.

Come voi saprete meglio di me da qualche anno ci sono concorrenti che entrano dopo, nel corso dei mesi del programma. Ci sono diversi candidati che potete vedere sul sito del grande fratello e votare per decidere chi deve entrare e chi no. Ci sono anche delle coppie. Tra loro spiccano Alessandro e Mirko, una coppia gay. Votare loro potrebbe risollevare le sorti del programma. Se loro entrassero nella casa grazie al televoto si dimostrerebbe che gli italiani non sono omofobi e incivili come chi li governa, sarebbe uno schiaffo morale ai vari Giovanardi, Binetti, Bertone che continuano impuniti a offendere e insultare migliaia di persone omosessuali coi loro pregiudizi e con la loro arroganza. Inoltre Alessandro e Mirko sono ragazzi simpatici e non certo grezzi. Conosco personalmente Mirko e vi assicuro che è una persona intelligente, simpatica ed educata, non certo uno dei soliti grezzoni che si vedono nel grande fratello! Purtroppo non conosco personalmente Alessandro ma se sta con Mirko sicuramente deve essere una persona valida anche lui.

Votateli dunque. Votateli per dire basta alla bigotteria imperante del nostro paese, votateli per dire basta alla bassezza culturale a cui la televisione ci sta abituando e votateli anche solo perché sicuramente sapranno rendere divertente il programma! Se loro entreranno nel grande fratello lo guarderò anche io!

A questo indirizzo trovate il loro profilo e i dati per votarli.

Qui invece la loro pagina facebook.

Gohatto.

la locandina del film.

la locandina del film.

La milizia Shinsengumi è la migliore del Giappone e mantiene l’ordine nella città di Kyoto. Solo i migliori tra gli spadaccini possono ambire a farne parte e gli esami per esservi ammesso sono duri. Tra coloro che vogliono arruolarsi ci sono due ragazzi, abili con la spada: Hyozo Tashiro e Sozaburo Kano. Tra loro nasce un rapporto che va ben oltre l’amicizia, rapporto che preoccupa anche i superiori. Benché le relazioni omosessuali fossero diffuse e tollerate, c’era il rischio che un amore tra due samurai potesse interferire con la loro missione. In particolare i capi della  Shinsengumi sono preoccupati dagli atteggiamenti di Kano, giovane e bellissimo, dal viso angelico e infantile, coi capelli tagliati all’uso degli adolescenti, egli provoca passione e gelosia anche in samurai sopra ogni sospetto. Il viso di Kano però nasconde un animo corrotto, malvagio. Egli sembra quasi godere nel vedere i propri spasimanti crollare e finire nel fango. Alcuni di loro perderanno anche la vita per il suo dolce faccino. Kano è imperturbabile, vede scorrere gli eventi come se non gli competessero e non si lascia trascinare. Quando gli ordinano di uccidere Tashiro, il suo primo amante, accusato di aver aggredito per gelosia un altro samurai, egli esegue senza problemi. Anche Kano però viene ucciso. Uno dei comandanti della milizia lo uccide per porre fine alla malvagità che si porta appresso.

Gohatto (Taboo) è un film giapponese del 1999, diretto da Nagisa Oshima che è anche sceneggiatore della pellicola. È stato prodotto dalla Shochiku Films e distribuito dalla BIM Film.

Da sottolineare la bellezza e la cura nell’immagine oltre che la grande bravura degli attori. In particolare dobbiamo

l'attore Ryuhei Matsuda nella parte di Kano.

l'attore Ryuhei Matsuda nella parte di Kano.

segnalare il giovane attore Ryuhei Matsuda (Sozaburo Kano) che ha saputo rendere alla perfezione il so complesso personaggio. Segnaliamo anche: Tadanobu Asano (Hyozo Tashiro), Takeshi Kitano (Toshizo Hijikata, il tenente della milizia).

Gohatto è senza dubbio un film poetico, dal ritmo lento ma che non cade mai e dalle tinte forti e delicate al contempo. Notevole il simbolismo delle immagini. Nel film compaiono spesso alberi in fiori, ciliegi soprattutto, che denotano la primavera, ponendoci in un’atmosfera particolare che richiama la giovane età del protagonista. Nell’arte giapponese l’elemento che fa comprendere il tempo è determinante e importantissimo. Negli haiku ad esempio c’è sempre un richiamo a qualcosa di stagionale (detto kigo) come una festa, un fiore, un uccello migratore, che ci colloca nel giusto periodo. Nel film i ciliegi indicano la primavera e la giovinezza generando un contrasto forte tra la vita che esse sembrano promettere e la morte che il destino pone sul cammino dei protagonisti. Nel finale

una scena del duello finale tra Kano e Tashiro.

una scena del duello finale tra Kano e Tashiro.

questo aspetto diventa centrale. Il regista non ci mostra la morte di Kano, ce la fa intuire solo attraverso le sue urla. Non ci mostra nemmeno il suo cadavere, forse per lasciarci il ricordo della perfetta bellezza del giovane. L’omicidio è però rappresentato simbolicamente. Mentre uno dei comandanti (Souji Okita, interpretato da Shinji Takeda) uccide Kano, il tenente Hijikata recide un ciliegio in fiore con un colpo di katana. A volte anche la bellezza va distrutta affinché non diffonda la corruzione…

Assolutamente da vedere, film superbo che non può mancare nella cineteca di chiunque abbia un po’ di buon gusto.

Nel video alcune scene del film.